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Il primo sistema di certificazione gratuito che cerca, valuta e premia le Buone Pratiche in ambito ambientale, sociale, culturale ed economico.

PERCHE’ UNA BUONA PRATICA
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Fondazione di Partecipazione delle Buone Pratiche

Dai una svolta, le 
buone pratiche sono la tua marcia in più

La strategia non è copiare le idee di altri, ma semmai riprendere le buone pratiche su come le hanno realizzate e lasciarsi ispirare.

Sii il cambiamento che vuoi veder avvenire nel mondo, diceva Gandhi.

E pensiamo avesse ragione, perché il primo cambiamento è nel disvelamento dei nostri sogni. Il nostro sogno non è cambiare Paese, ma cambiare questo Paese. Insieme. Con chi lo sta facendo già e con chi vorrebbe farlo, ma non sa ancora come farlo, che non sa come trasformare la sua idea in un progetto vincente.

La Fondazione di Partecipazione alle Buone Pratiche nasce con l’ambizione di elevare la partecipazione a strumento principe per la rigenerazione socio-culturale e conversione ambientale delle nostre città.

La Fondazione alle Buone Pratiche, nei dettami della Costituzione, nasce con l’ambizione di contribuire allo sviluppo democratico del nostro Paese. Per una prosperità inclusiva, secondo modalità innovative, in nome della quale chi partecipa lo fa non donando, prioritariamente o principalmente, soldi o altre risorse materiali, ma le cose più preziose che ciascuno di noi possiede: un po’ del proprio tempo e un po’ delle proprie competenze. È necessario, per non dire urgente, ancor più in questa stagione nella quale il “sovranismopsichico” si accompagna ad altri fenomeni degenerativi come il cambiamento climatico o il decremento demografico, riscoprire la bellezza della fiducia reciproca, ritrovarsi empaticamente ed armoniosamente negli istituti della sussidiarietà e della prossimità.

Le “buone pratiche”, per come le intendiamo noi, oggi che tutto è diventato monetizzabile, assumeranno, quindi, un valore inestimabile: quello di configurarsi come matite in grado di disegnare un futuro diverso per le nostre comunità, integrando il paradigma della giustizia sociale con quello della giustizia ambientale. È un lavoro immenso. È una sfida difficilissima. Crediamo di poterla vincere e la vinceremo soltanto se la sfida dell’avvenire sarà giocata, con speranza, da ciascuno di noi, insieme, gettando il cuore oltre gli ostacoli della pigrizia e dello scetticismo.

Seguiteci, segnalateci potenziali buone pratiche, partecipate alle nostre iniziative e alle nostre discussioni. Fateci sapere cosa ne pensate. Soprattutto, pensate.

Come ottenere l’etichetta Buona Pratica

Pochi semplici passi per poter avere risposte alle proprie domande e certificare la proprie metodologie come Buone Pratiche

Che cosa è una BUONA PRATICA?

Il proprio vivere quotidiano… lo facciamo nel modo giusto? quante volte ci siamo posti questa domanda.
Ora lo possiamo chiedere a BuonePraticheLab!

Invia la tua richiesta

La procedura per dare una risposta alle nostre domande è molto semplice: basta compilare il form indicando tutte le procedure che svolgiamo per dare vita alla nostra attività.

Analisi della procedura

I nostri verificatori sono a disposizione per analizzare tutte le domande inoltrate e verificare se rispondono ai requisiti stabiliti da BuonePraticheLab.

E’ una buona pratica!

Il responso positivo dei nostri verificatori certificherà la buona pratica che entrerà nel nostro registro delle buone pratiche e darà la possibilità di insegnarla ad altri!

CASE STUDY

LA BUONA PRATICA DEI MURI A SECCO

I muri a secco e i rifugi a trullo o a torta, sempre rigorosamente a secco, non sono solo un patrimonio storico e paesaggistico sono ben altro, infatti:
• Ecosistemi particolari, che ospitano una biodiversità utilissima all’agricoltura;
• Nicchie ecologiche uniche;
• Raccoglitori di pioggia e umidità, trasferita al suolo;
• Barriere anti vento e anti erosione;
• Argini contemporaneamente alla desertificazione e alle inondazioni.


La Buona Pratica, quindi, è la loro difesa e ripristino, secondo tecnica tradizionale.
Ma non è da sottovalutare neanche l’adozione di questa tecnica costruttiva anche per nuove realizzazioni, ogni qual volta sia possibile sceglierla, preferibilmente con materiali lapidei di recupero, evitando nuove cavature.

CASE STUDY

LA BUONA PRATICA DELLA GESTIONE SOSTENIBILE DEL SUOLO

• Ridurre al minimo l’erosione del suolo
• Ottimizzare il contenuto di materia organica del suolo
• Promuovere l’equilibrio e i cicli dei nutrienti del suolo
• Prevenire, ridurre al minimo e mitigare la salinizzazione e l’alcalinizzazione del suolo
• Prevenire e ridurre al minimo la contaminazione del suolo
• Prevenire e ridurre al minimo l’acidificazione del suolo
• Preservare e migliorare la biodiversità del suolo
• Ridurre al minimo l’impermeabilizzazione del suolo
• Prevenire e mitigare la compattazione del suolo
• Migliorare la gestione dell’acqua nel suolo 

CASE STUDY

LA BUONA PRATICA IN MATERIA DI ACQUA

Le voci di valutazione di una buona pratica per la matrice acqua:
• Limitazione al consumo
• Differenziazione della qualità d’uso
• Segregazione della qualità dei reflui
• Trattamento reflui finalizzato a riuso e riuso di acqua e prodotti del trattamento sul luogo o in comunità locale
• Prelievo ambientale della risorsa secondo sostenibilità del ciclo locale
• Restituzione degli esuberi secondo ciclo naturale
• Accumulo di volumi meteorici per utilizzo

CASE STUDY

SETACCI PER FERMARE PLASTICA E RIFIUTI DAI CANALI PRIMA CHE FINISCANO NEI FIUMI O IN MARE

Diffusi in Australia. Potrebbe essere anche una buona pratica da noi, ma ad alcune condizioni di natura gerarchica:
• sia stata già interrotta la produzione di nuova plastica in genere;
• sia stata interrotta la produzione di oggetti monouso, tranne che per usi clinici e di ricerca, e comunque in materiale riciclabile o compostabile certificato;
• siano state attuate tutte le misure di deterrenza all’uso di oggetti a perdere;
• sia stata adottata la raccolta domiciliare spinta di rifiuti e l’abbandono ambientale sia severamente sanzionato;
• il sistema di pulizia e raccolta ambientale urbano ed extraurbano sia sufficiente ed efficiente;
• non si costruiscano nuove infrastrutture idrauliche esclusivamente per apporvi i setacci;
• il materiale raccolto dai setacci venga frequentemente rimosso e inviato tutto a selezione e recupero.
Viceversa, come tutti i sistemi definibili “end of pipe”, potrebbe essere una soluzione solo apparente, non esente da rischi collaterali, primo fra i quali la legittimazione dello “status quo”:
“tanto poi ci sono i setacci!”

LE BUONE PRATICHE DEL MUOVERSI

Non vi sono dubbi sul fatto che la prima buona pratica di mobilità sostenibile sia la riduzione al minimo di quella motorizzata, comunque si pratichi.
Infatti, a parte i motori a combustione per i quali c’è poco da spiegare quale effetto inquinante e climalterante abbiano, oggi anche una motorizzazione elettrica che non sia totalmente alimentata da fonti rinnovabili acombustive, e non invasive del territorio, non è affatto a impatto 0.
Incide il carico indotto di produzione elettrica da fossili immesso nella rete di ricarica, ma anche la filiera produttiva di mezzi e batterie, nonché la gestione dei materiali a fine vita di questi.
Prevale, quindi, la validità della mobilità “muscolare”, quando e ovunque sia possibile, che fa anche un gran bene alla salute, guarda caso. Il pianificatore pubblico dovrebbe averla fra le priorità e fornire assetti e servizi che la favoriscano e valorizzino.
Segue, in ordine gerarchico, la mobilità collettiva, in tutte le sue forme, integrata con quella muscolare e con l’uso collettivo di mezzi di mobilità individuale o di gruppo (lo sharing e il pooling), che nelle realtà più avanzate vede già un fiorire molto articolato di offerte pubbliche e private. In tali realtà inizia già a convenire molto non possedere un mezzo di proprietà.
Sul piano logistico dei grandi mezzi, sempre preferibile il “ferro” alla “gomma”, per il miglior rapporto fra energia utilizzata e lavoro svolto.
Ma il fattore che ancora non viene adeguatamente soppesato, è quello dei cambiamenti climatici.
La previsione di eventi estremi sempre più intensi e frequenti, sia termici che meteorici, dovrebbe indurre a considerare auspicabile il superamento di tutti i sistemi che obbligano a sistematiche frequenti mobilità di massa, soprattutto per ragioni di lavoro o per acquisti di beni di prima necessità, come anche la dipendenza da trasporti merci a lunga distanza.
Il modello di concentrazione di forza lavoro e di offerta di prodotti è infatti destinato a cedere la sua funzionalità, proprio a causa degli eventi climatici, a causa della sua scarsa resilienza.
Produzione e distribuzione diffusa, lavoro in remoto e circuiti a basso chilometraggio, è lo scenario a cui, volenti o nolenti, dovremo adeguarci, con l’effetto che ne deriva sulla riduzione del volume di mobilità umana necessaria.

LA BUONA PRATICA DELL’IMPIEGO DELLE PIANTE MARINE SPIAGGIATE

Prima di tutto bisogna ricordare che gli ammassi vegetali che si formano sulle spiagge non sono fatti di alghe, come troppo spesso erroneamente si dice, ma sono foglie di fanerogame marine, cioè vere piante: Posidonia e Cimodocea.
Le due specie, in particolare la prima, sono ultraprotette per il loro fondamentale ruolo ecologico, sia da vive che da morte spiaggiate.
Considerarle un fastidioso rifiuto di cui liberarsi dalle spiagge, magari destinandole allo smaltimento, all’incenerimento e ai più fantasiosi impieghi terrestri, compostaggio incluso, non tiene conto del ruolo fondamentale che la materia vegetale morta ha nel mantenere la sabbia sulle spiagge e contrastarne l’erosione.
E’ vero che sporca le spiagge, ma le salva anche.
Studi e progetti comunitari, dimostrano quale sia la soluzione veramente ecologica per gestire questo materiale: ricostituire stabilmente la fascia dunale distrutta da disinvolti interventi antropici.
Annualmente, inoltre, si possono rimuovere i depositi, ripuliti da plastica e altri rifiuti antropici, all’inizio della stagione balneare, accumulandoli in loco, per riposizionarli sulla spiaggia a fine stagione e fargli svolgere il loro naturale ruolo strutturante e di protezione dalle mareggiate.
E questa non è economia circolare, ma buona pratica razionale e naturale, perché questo materiale NON E’ UN RIFIUTO, a meno che ottusamente non lo si classifichi come tale.

L’ULIVO, UNA RISERVA IDRICA DA PRESERVARE CON LE BUONE PRATICHE.

Gli studi sulla condizione di vaste aree del Mediterraneo mostrano come le falde acquifere siano sempre più sfruttate e soggette a contaminazione, le piogge, col clima che cambia, meno frequenti e più intense, quindi meno capaci di arricchire di acqua il suolo e il sottosuolo, addirittura peggiorando l’antica condizione di un’area storicamente arida.
Poter contare sugli ulivi secolari e millenari è una fortuna non di poco conto.
Questi alberi, in grado di crescere anche nei terreni più impervi e difficili, immagazzinano al loro interno grandissime quantità di acqua, tanto da diventare vere e proprie riserve idriche.
Non sono solo in grado di produrre frutti anche nelle stagioni più secche, ma permettono addirittura alle piante che vi crescono attorno di resistere alla siccità.
Moltiplicatori di “servizi ecosistemici”
Un tempo, sotto gli ulivi, si coltivavano vari tipi di ortaggi.
Per gli antichi romani seminare grano negli uliveti era la prassi e fino ai nostri nonni l’orto sotto gli ulivi è sempre stata una “buona pratica”, che oggi definiremmo di agroecologia resiliente.
Una tradizione che stiamo stupidamente perdendo.
Erbicidi, pesticidi e meccanizzazione spinta, insieme all’abbandono totale di intere aree, hanno creato il deserto sotto i nostri giganti buoni,
Tutto arato, diserbato, in nome di una presunta necessità di “pulizia”, spesso senza altra cura per le piante.
Così le floride e verdeggianti campagne si sono tramutate in campi da tennis: poveri della materia organica utile, senza più alcuna biodiversità e di fatto ostili alla vita.
E anche le piante più longeve e resistenti per eccellenza, i nostri patriarchi centenari e millenari, non potevano non risentirne e dar segni di decadimento.
Perderle non significa “solamente” perdere un simbolo del nostro Paese, una fonte di reddito per tante famiglie e il nostro paesaggio, così come lo conosciamo finora; significa rinunciare a ciò che nei prossimi anni avremo di più prezioso: una riserva di acqua. Il nuovo oro.

Consiglio di Amministrazione

Il Consiglio di Amministrazione della FdPBP svolge attività di ordinaria e straordinaria amministrazione della Fondazione; delibera eventuali modifiche dello Statuto; assume e licenzia eventuale personale dipendente determinandone il trattamento giuridico ed economico; decide in merito all’accettazione dei contributi, delle donazioni e dei lasciti nonché in merito agli acquisti ed alle alienazioni dei beni mobili e immobili; delibera i poteri e i compiti che ritiene di conferire al Presidente in aggiunta a quelli già a lui spettanti per statuto; approva il programma di attività ed il bilancio preventivo e consuntivo; cura la gestione delle entrate ordinarie e straordinarie nonché la ripartizione delle rendite annuali del bilancio fra le diverse iniziative che costituiscono lo scopo della Fondazione; approvare eventuali regolamenti interni rilasciare procure speciali e di nominare avvocati e procuratori alle liti.

Massimo Guido

Presidente

Massimo Blonda

Vice Presidente

Roberto Gentile

Tesoriere

News & Eventi

On line il regolamento del concorso “Migliore etichetta Buona Pratica 2021”

La Fondazione di partecipazione delle buone pratiche bandisce il concorso a premi “Migliore etichetta Buona Pratica 2021” finalizzato a premiare la migliore buona pratica già etichettata. Gli obiettivi del concorso[…]

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Concorso migliore etichetta buona pratica 2021 – Comunicato stampa

COMUNICATO STAMPA 17 GIUGNO 2021 CONCORSO MIGLIORE ETICHETTA BUONA PRATICA 2021 È possibile integrare il paradigma della giustizia sociale con quello della giustizia ambientale? È la domanda che ci siamo[…]

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Quotidiano L’Informazione. 5/2/2020.

Quotidiano l’Informazione. 5/2/2020. Incontro su xilella oltre il batterio http://www.linformazione.eu/2020/02/a-bari-incontro-su-xilella-oltre-il-batterio-mobilitazione-in-puglia/

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Convegno Rigenerazione urbana. Dal Consumo di suolo ai servizi ecosistemici

Il 7 febbraio 2020, presso URBAN CENTER, Via De Bellis, Bari.

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